Il vulcano di Nemi (I parte). Rubrica “La dea del Lago”
Il cono del Monte Cavo, un imponente cumulo di ceneri pietrificate che raggiunge quasi i 1.000 m., ha chiuso per sempre il cratere del vulcano, l’ultimo della catena a estinguersi. Gli uomini degli insediamenti paleolitici furono gli ultimi testimoni della sua attività. Durante la fase terminale del Quaternario, un’esplosione furiosa spostò la bocca del vulcano verso sud-ovest provocando una profonda fenditura nella parete esterna. Dopo il crollo si aprirono altre bocche sul fianco più esterno, i quattro bacini di materia incandescente che furono denominati Ariccia, Nemi, Albano e Juturna. Quando il vulcano si estinse e le ceneri si freddarono, l’acqua cominciò a risalire dalle profondità e a scorrere attraverso le stratificazioni riempiendo i catini naturali che si erano formati sul bordo del cratere. Nacquero così i laghi di Albano e di Nemi, mentre il lago di Vallericcia fu bonificato dai primi abitanti della zona bisognosi di ampi spazi da coltivare. Oggi il vulcano è inattivo, ma a ben vedere non è corretto considerarlo estinto. Nelle sue parti più profonde, infatti, dove solo uno strato di lava pietrificata protegge la parte più superficiale della crosta terrestre, si sono create delle aperture che sprigionano vapori sulfurei e originano pozze di fango bollente. Negli ultimi quarant’anni, i geologi hanno riscontrato un sollevamento di trenta centimetri della zona dei Colli Albani e hanno spiegato il fenomeno con la pressione esercitata dai gas rinchiusi nella camera magmatica alle radici del vulcano.
(10/07/2007 – Antonio Rigillo)
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