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Analisi dei dati (II parte – finale). Rubrica dedicata alla Norma SA 8000

7 maggio 2007

L’ILO che nel 1992 ha creato l’IPEC (International Program for Elimination of Child Labour) stima in 250 milioni i bambini che lavorano al di sotto dei 15 anni d’età, svolgendo lavori pesanti, full-time o part-time in tutto il mondo; a questi vanno aggiunti circa 106 milioni di giovani lavoratori (tra i 15 e i 18 anni). Il 95% di essi sono nei paesi in via di sviluppo, ma il fenomeno è in crescita anche nei paesi industrializzati, sia nelle comunità immigrate che tra i cittadini di quei paesi.

Il dossier Unicef sui bambini che lavorano (Si veda I bambini che lavorano, Unicef 2000) racconta di bambini-schiavi in Nepal addetti alla lavorazione dei tappeti, a partire dai 4 o 5 anni d’età, bambini sotto carichi di carbone in Colombia, nei campi di caffè irrorati con i pesticidi in Tanzania, stipati nei laboratori tessili o nelle concerie in India, come nei laboratori clandestini in Italia. E ancora: bambini che cuciono palloni in Pakistan per sostenere il reddito familiare sotto la soglia di povertà, 10 milioni di bambini in India impegnati in lavori domestici per ragioni culturali, poiché appartenenti alla casta degli “intoccabili”. Il dato comune da sottolineare è che lo sfruttamento del lavoro minorile, in tutto il mondo, raggiunge le sue punte peggiori nei confronti dei gruppi più deboli, come le minoranze etniche e le bambine, spesso sottoposte anche a sfruttamento sessuale.

(07/05/2007 – Giuseppe Lepore)

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