Nemi palcoscenico del mito (II parte – finale). Rubrica “La dea del Lago”
Dall’altra parte del paese un sentiero di ciottoli si snoda verso la parte interna del bacino del cratere segnato da grotte e fenditure che il folto sottobosco ha ricoperto. Lì, tra la felce e l’edera, le antiche radici contorte dal tempo si ricoprono di muschio e tengono in una stretta d’acciaio gli scoscesi fianchi del cratere.
Fino all’ultimo dopoguerra, i pendii del vecchio vulcano erano ancora un paradiso selvaggio e primitivo dove vivevano volpi, lepri, donnole, ricci, porcospini, falchi, gufi e, nei posti meno accessibili, cinghiali selvatici. Il lago ospitava una gran varietà di pesci e anitre e, nella stagione migratoria, immensi stormi di uccelli scendevano sugli orti e sui vigneti coltivati a terrazza sotto il paese. Nonostante la fauna sia ormai quasi scomparsa, Nemi è oggi il più preservato dei Castelli Romani. La maggior parte del territorio è ricoperto di castagni e il cratere, grazie ai suoi importanti resti archeologici, è stato designato area protetta. Il paese, come il nido di un’aquila, è costruito sullo stretto sperone di roccia che corre sospeso lungo il precipizio sul lago e se da una parte questa posizione ha sempre reso Nemi meno accessibile rispetto agli altri paesi vicini, dall’altra l’ha preservata dai mali dell’espansione urbanistica degli ultimi trent’anni. Molti dei Castelli, invece, sono già stati inglobati nella periferia di Roma che, divorando il verde, è avanzata costantemente attraverso i campi coltivati e i pascoli fino ad arrivare alle pendici del vulcano.
(28/03/2007 – Antonio Rigillo)
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