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Il mito del “Ramo d’oro”. Rubrica “La dea del Lago”

13 marzo 2007

Un uomo giaceva in agonia nel fitto bosco di Nemi. Disteso su un tappeto di foglie marcite dal tempo, il sangue sgorgava dal suo petto ferito. La foresta, sospesa e immobile, aspettava la fine in un silenzio di morte interrotto soltanto dall’affannoso respiro dell’uomo.

Anche il suo rivale attendeva immobile, appoggiato al tronco di una vecchia quercia, con la spada insanguinata ancora in mano. Egli, uno schiavo fuggiasco, era il nuovo guardiano del Ramo d’Oro, e con la vittoria perdeva la libertà conquistata poiché sapeva che questa vittoria gli sarebbe costata la vita.

Questa vicenda colpì la fantasia di James George Frazer, un giovane scozzese studente del mondo classico, che dedicò gran parte della sua vita allo studio e all’interpretazione delle credenze antiche e delle pratiche di magia. Frazer era affascinato soprattutto dal mistero del ramo d’oro che cresceva su un albero sacro nel bosco: chiunque lo spezzasse sfidava a duello il suo guardiano e il vincitore guadagnava il titolo di Rex Nemorensis, il Re del Bosco, finché un nuovo sfidante non l’avesse ucciso. Il capolavoro di Frazer, The Golden Bough, si apre proprio con la descrizione del duello mortale di Nemi perché fu questo strano rituale a ispirare l’opera che rese il nome di Frazer celebre.

(13/03/2007 – Antonio Rigillo)

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