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La diffusione del mito (I parte). Rubrica “La dea del Lago”

19 febbraio 2007

La storia della Dea di Nemi è tanto affascinante quanto lo è la sua poliedrica personalità. Come un’enorme ragnatela d’argento a tre dimensioni, i suoi fili splendenti si tendono lungo la penisola italiana, passano il mare e arrivano in Grecia. Essi si spiegano attraverso l’Egeo, a Creta e in Turchia, uniscono l’Egitto, il Mar Nero e il Caucaso per poi riavvolgersi indietro nel tempo, congiungendo trenta secoli e arrivando al mondo sconosciuto e lontano oltre la testimonianza della storia. Anche altri fili percorrono la terra e uniscono tutte le gallerie e musei che oggi accolgono le sparse vestigia del culto. Italia, Gran Bretagna, Danimarca, Francia, Spagna, Russia, Germania e Stati Uniti possiedono una parte del tesoro nascosto di Nemi: magnifiche sculture, statuette e animali di bronzo, gioielli, vetri e ceramiche, punte di freccia e ami da pesca, monete della Repubblica e dell’Impero Romano, offerte votive raffiguranti parti anatomiche, un indefinibile numero di statuette della vergine cacciatrice con un seno scoperto e la faretra in spalla. Il culto della dea fu deposto dalla Chiesa, ma esso era tanto forte e diffuso che fu impossibile eliminarlo del tutto. Accadde, invece, che la dea subì ancora uno dei tanti mutamenti che avevano segnato il lungo corso della sua storia. La celebrazione estiva a lei dedicata, durante la quale la caccia era proibita in tutta Italia e gli animali selvatici venivano lasciati in pace, fu convertita nella Festa dell’Assunzione di Maria.

(19/02/2007 – Antonio Rigillo)

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