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Un po’ di storia senza annoiarsi (II parte). Il vino nella storia,nei riti,nei simboli

10 gennaio 2007

A prendere la “staffetta” furono i Romani, che portarono la vite e il vino ovunque: le Legioni dell’Impero che giravano l’Europa continentale erano infatti obbligate a piantare nei loro accampamenti l’insalata (la “romana“) e la vite. Il vino conosce con i Romani un vero e proprio “boom”, si sviluppa il commercio, iniziano gli studi sulla viticoltura; è di Plinio il Vecchio la prima “guida ai vini”: nella sua Naturalis Historia individua 80 zone d’elezione e 185 vini, come si nota il concetto di “territorio” ha radici antiche.

Intanto i Galli intuiscono le proprietà della vite e del vino: inventano la botte in legno, strumento che rivoluzionerà il mondo enologico e sviluppano una varietà di vitigno più resistente al freddo grazie alla quale nacquero i vigneti di Borgogna.
Alla fine del III secolo d.C. le popolazioni di ceppo germanico spazzano via i Romani, insieme alla loro cultura, i loro ideali e le loro abitudini, incluse quelle alimentari. Frutta e verdura sono sostituite da carni, i banchetti diventano “roba da Barbari”, il vino sostituito dalla birra e dall’idromele, tradizionali bevande fermentate del Nord Europa.
Questi, e quelli che seguono, sono secoli “instabili” per l’Europa. La viticoltura viene abbandonata e si deve ai Monaci Cristiani la continuità “enologica”. Per la religione cristiana, infatti, il vino è parte integrante del rito della messa e per questo a fianco di ogni chiesa si trovava un vigneto ed in ogni sotterraneo ecclesiastico si nascondeva l’importante bevanda. La “ripresa” del settore vino avviene intorno al IX secolo, nel periodo di Carlo Magno, insieme ai primi segnali di ripresa economico-sociale europea.

Da lì il consumo si fa via via più crescente, fino ad arrivare a esplodere nella società feudale. Le classi più povere lo bevono “per dimenticare”, quelle più abbienti ne fanno un raffinato vizio.

(10/01/2007 – Giancarlo Bertollini)

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