Lo specchio di Diana (I parte). Rubrica “La dea del Lago”
Quando mi affaccio dalle finestre della mia casa di Nemi, lo sguardo corre incontro all’orizzonte, attraversa la stretta Valle delle Colombe e gli ampi campi di Vivaro per arrivare al limite, segnato dalla cresta dei monti Artemisii.
Il grande vulcano di Albano è circondato nei versanti settentrionale e orientale da una schiera di picchi frastagliati rivestiti da quel che resta dell’antica selva laziale che un tempo si spandeva dalle porte di Roma, agli Appennini, alla costa mediterranea. La mia casa si trova sul declivio esterno di uno dei crateri minori, che si formò quando il lato di sud-ovest della caldera esplose nell’era pleistocenica. Ai suoi piedi giace il lago di Nemi, un ovale perfetto dall’intenso colore blu cobalto. L’acqua del lago è calma e immobile e si increspa solo le rare volte in cui soffia il vento nel cratere. Byron lo paragonava a un serpente addormentato, ripiegato nelle sue spire. I romani lo chiamavano Speculum Dianae, lo Specchio di Diana. Nelle notti di plenilunio la luna sorge dal Monte Artemisio illuminando l’emozionante scenografia del paesaggio scavato e ancora segnato dai primordiali movimenti che colpirono la zona. Dal bordo del cratere, spesso la luce è tanto intensa da rivelare dettagli lontani chilometri, oltre l’oscuro piano che scende verso Anzio e Lavinio. Qui, lo spettrale luccichio della luna sul mare moltiplica il tenue riflesso che ondeggia sul lago poco più in basso.
(04/01/2007 – Antonio Rigillo)
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