Reportage sull’Imprenditoria Castellana in Cina – (parte II – finale). NUOVA TESTIMONIANZA DI FABRIZIO LEUTI
Riportiamo una seconda testimonianza dell’imprenditore italiano, e genzanese, Fabrizio Leuti, ormai stabilmente operante in Cina.
Parlaci del tuo “esordio”. In cosa consiste praticamente il lavoro che svolgi?
Innanzitutto mi piace ricordare che i miei inizi sono stati abbastanza singolari: quando ho incominciato a collaborare con gli imprenditori italiani che venivano in Cina, avevo soltanto una bicicletta e un fax, anzi solo una bici, dato che il fax era essenzialmente quello che l’ ICE – Istituto nazionale per il Commercio Estero – di Shangay metteva gentilmente a disposizione di noi imprenditori italiani in erba; era là che ricevevo comunicazioni e chiamate e con la mia bici poi correvo dove serviva un interprete e magari un paio di consigli sulla qualità delle stoffe. Poi, di anno in anno l’attività si è sviluppata, fino a costituirsi in impresa: oggi mi occupo essenzialmente di controllo qualità materiali, ricerca fornitori e prodotti (di moda) anche per importanti griffes quali, una per tutte, la Onix.
Com’e’ la Cina? Che impressione puoi darci di quel paese?
La Cina è stupenda, anche se la “Rivoluzione culturale” di Mao ha fatto si che i Cinesi dimenticassero buona parte delle proprie tradizioni. Oggi la Cina è un paese in pieno sviluppo, ma non sempre questo coincide con cose positive: non è raro che, per l’ingordigia dei soldi, molti ti spediscano merce che non va bene, facendoti perdere tempo e soprattutto danaro, cosa che sarebbe stata impensabile alcuni anni fa. Certo, parte della mia attività mira proprio ad evitare che questo avvenga, a ciò serve il controllo qualità.
Palazzi di vetro iniziano ad affiorare qua e là in tutto il paese, e per far far posto a questi si preferisce persino distruggere antiche ville e tesori di inestimabile valore. Da tempo c’e’ una corsa sfrenata all’acquisto dell’ufficio più bello nel grattacielo più moderno, proprio mentre io ho deciso invece di comperare e restaurare una vecchia fabbrica dei primi del ‘900, leggermente fuori Shangay, dove insediare i miei uffici. Quando arrivano dei fornitori, sulle prime domandano se hanno sbagliato indirizzo, poi una volta entrati si ricredono, e restano anche loro ammaliati dalla stupenda vista delle finestre sul fiume. Un posto certamente incantevole per parlare di moda e nuove tendenze.
Per concludere, direi che indubbiamente c’è qualcosa che sta cambiando in Cina, qualcosa che lascia perplessi e persino delusi quanti come noi – parlo di me e degli amici che hanno proseguito nell’ “avventura” cinese - ha conosciuto quel paese quando esprimeva ancora valori e aspetti che lo rendevano davvero “diverso”, per certi versi unico. La modernità avanza ma in qualche posto – come dalle parti della mia vecchia fabbrica restaurata – è ancora possibile vedere una vecchietta che pulisce il pitale, o una sfilza di anziani a cui viene fatta la barba, in fila e all’aperto…scene di una quotidianità ormai sempre più rara, che cede inesorabilmente il passo al rumore e alla frenesia portati dal business, ma che appartengono alla Cina che conoscevamo noi, quella di dieci o venti anni fa.
Come consideri il tuo essere italiano e “genzanese” dopo tanti anni vissuti all’estero?
Ti dirò che i Cinesi hanno sempre avuto in gran considerazione tutto cio’ che è italiano: il bel vestire, il gusto a tavola e in generale il saper affrontare la vita con positività. Sicuramente, e soprattutto nel settore della moda, il mio essere italiano costituisce un gran valore per me, in quanto mi dà quel gusto e quell’attenzione per i particolari che in genere il cinese non ha. Non sono rari i casi in cui un fornitore vorrebbe vendermi giacche o magliette con le maniche di diversa lunghezza, perché tanto l’importante per loro è che possano essere indossatate; oppure che mi fornisca dei capi con le zip rosse perché aveva terminato quelle bianche che avevo richiesto…l’importante è in fin dei conti che si chiuda!
Io, non ho dubbi, mi sento e mi sentirò sempre fiero della mia italianità e, se posso definirla cosi’, della mia “genzanesità”. Sono molto attaccato alle mie radici cittadine, tanto che ogni volta che torno a Genzano ricomincio tranquillamente a parlare in dialetto, non ne posso né voglio farne a meno, e i miei amici d’infanzia continuano a chiedermi, sempre più meravigliati: “ma dopo tanti anni in Cina parli ancora genzanese?”.
(12/04/2005 – Fabrizio Conti)
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